Progettare il Sapere
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LV-PLACE_AUCOC.jpgMolte sono le riflessioni, gli spunti e le suggestioni nate dalle discussioni avvenute sabato scorso (12 aprile) durante l’inaugurazione del corso. In particolare la metafora degli tsunami, quali eventi di rottura, di cambiamento traumatico (disrupting events) e non graduale, penso sia quello che meglio rappresenta la nostra società, e di conseguenza le nostre città, e come siano destinate a cambiare.

E proprio il tema dello tsunami, l’idea di un “cambiamento liquido” mi ha fatto ricordare un testo scritto a cappello della mostra “Stato di necessità”, concetto che coinvolge la società, l’architettura, l’uomo.

Hans Blumemberg, si legge, in Naufragio con spettatore, richiamandosi a Goethe e al suo Urfaust (“Sono ora imbarcato sull’onda del mondo, assolutamente deciso: a scoprire, vincere, lottare, naufragare, o saltare in aria con tutto il carico”) vuole sottolineare come la civiltà moderna sia in eterno naufragio, aggrappata a un malcerto relitto che galleggia tra abisso e gloria. Ma la condizione favorevole non è più quella dello spettatore in salvo, bensì quella del naufrago che, attraverso il rischio della sua situazione di incertezza, può immaginare e sperare di fondare un nuovo mondo, mentre chi sta a riva è condannato ad abitare quello in cui si trova. Sul tema dei naufragi, Yona Friedman ci propone due modelli: da una parte Robinson Crusoe, dall’altra i soldati giapponesi della seconda guerra mondiale, dimenticati per anni su alcune isole deserte del Pacifico. Mentre l’eroe di Defoe trasforma l’isola in cui è approdato per renderla il più possibile “a immagine e somiglianza” della sua Inghilterra, modificandola e consumandola con spirito colonialista, i soldati nipponici cercano di sopravvivere senza violare l’ambiente. Essi si sono nutriti della jungla, l’hanno abitata, hanno trasformato se stessi per poterci vivere. Crusoe è un rappresentante dell’efficienza, i soldati sono gli attori dell’efficacia. Riprendendo questa distinzione di Francoise Julien si può trasferire il concetto di efficienza come la modalità con cui l’architettura più recente ha interpretato e cannibalizzato il mondo e l’ambiente. L’efficacia, invece, come un approccio attento alle contingenze: è la modalità con cui, con ogni necessità, dovremo pensare l’architettura del futuro. Il naufragio titanico in cui oggi ci troviamo, di fronte al fallimento di un intero orizzonte sociale ed economico, ci dice che probabilmente si è conclusa un’epoca irripetibile. Quello che ci si apre davanti è un oceano in tempesta, o uno tsunami, in cui, da naufraghi, non possiamo contare sulle vecchie certezze. Siamo costretti ad abbandonare ogni intenzione superflua, per concentrarci sul necessario. La struttura urbana europea, in declino a causa del calo demografico, dell’ingente crisi economica, dai modelli di governance impositivi, da dinamiche sociali esclusive, deve essere rivoltata considerando la città come luogo di concentrazione delle differenze, connessa per essere una enorme biblioteca di sapere e conoscenza, polo della trasformazione creativa. Per oltre trent’anni la società e l’architettura hanno “vissuto nel limbo di un sogno intelligente e masochistico, chiamato società del progresso infinito”, della falsa sovrabbondanza e del vero sovradosaggio. La legge di questa entropia, di questa dispersione massima di energia, ha condotto inevitabilmente all’esaurimento delle risorse. Il secondo principio della termodinamica ci insegna proprio questo: che le trasformazioni o gli scambi di energia non sono mai operazioni reversibili, e le risorse consumate non sono più riutilizzabili.

Ma che succede, per citare Junk Space, quando finisce l’aria condizionata? Come resistono queste cattedrali di fronte al naufragio del loro mondo? I costi della logica entropica si stanno rivelando insopportabili per l’intera società. E per l’architettura non va diversamente.

Esempio premonitore lo si ebbe nell’estate 2010 con la clamorosa notizia della chiusura, per alcuni mesi, della nuova biblioteca di Seattle: “la sospensione dei servizi si era resa necessaria a causa di un grave deficit nel budget annuale. Non era mai successo prima di allora, ma il fatto era che la nuova bellissima sede generava costi di gestione insostenibili di fronte alla riduzione delle disponibilità economiche. Il progetto della nuova biblioteca, pensato e realizzato nel contesto di un’economia in espansione, non reggeva di fronte alle nuove, mutate necessità. Quell’edificio era stato programmato per un godimento infinitamente reiterato, di cui oggi non c’è più disponibilità. Non era il progetto sbagliato in sé: la sua rapida obsolescenza funzionale è stata causata, semplicemente, dal venir meno delle sue condizioni di necessità”. Qui non faccio riferimento al progetto in se, alle sue qualità spaziali e al programma che sotto molti punti di vista potrebbe invece essere esempio di uno spazio generatore della città sostenibile. La linea di demarcazione tra il prima e il dopo della crisi economica globale impone all’architettura di adottare nuovi approcci e nuove sensibilità: first the people. Nella pianificazione occorre prima pensare alle persone e poi alle infrastrutture. Occorre rivalutare il ruolo dell’educazione e del sapere, sulla creatività a tutti i livelli della società, pubblica amministrazione compresa. E occorre una politica disruptive innovative che con azioni efficaci (e non per questo automaticamente visibili) evolvano in modo talmente rapido da rendere obsolete le situazioni pre-esistenti. Questi processi, applicati con processi decisionali tendenti alla democrazia diretta, sarebbe interessante considerassero un concetto che sempre più spesso si incontra nei progetti: “innocenza”, ovvero la capacità di costruire qualcosa senza causare danni. L’innocenza viene intesa non tanto nel suo senso morale, quanto sotto l’aspetto clinico, cioè il “Primun: non nocere” della medicina da Ippocrate ai nostri giorni. Con “innocenza” non si pensa all’inazione di fronte al contesto, bensì alla ponderazione, ricerca critica, disciplina. Una cura. Non: “Fuck the contest”, ma: “Fuck with the contest”, "toccare il suolo come se fosse la prima volta". Dal mio punto di vista è il più creativo dei principi, perché riporta ogni volta al pensiero prima dell’azione, atto ad una “capitalizzazione” massimo di ogni progetto.

Lacaton & Vassal, secondo me interpretano questo principio in modo molto affascinante: lo sforzo di offrire un abitare dignitoso e pieno di sentimento al maggior numero di persone possibile, con il minor investimento materiale possibile. Un vero investimento progettuale nelle risorse umane.

Se a tutto questo aggiungiamo l’idea della capacità aumentata, della miniaturizzazione ("L'architettura – afferma Philippe Rahm – è la mediazione termodinamica tra il macroscopico e il microscopico, il corpo e lo spazio, l'abbigliamento e la nudità, il movimento e la quiete, l'individuale e il collettivo, la meteorologia e la fisiologia") e delle green infrastructures (compresa la produzione urbana di cibo, l’acqua) ebbene il quadro inizia ad avere una sua demarcazione. La città e la cultura contemporanee sono le onde sulle quali il moderno naufrago deve avere il coraggio di galleggiare, costantemente in movimento per non affogare, fiducioso di essere nella condizione di favore, proprio come il City Protocol può essere lo strumento di innovazione attuabile da “una solida partnership intersettoriale basata sulla fiducia”.

Fonte dell'immagine: Lacaton Vassal Architects, Place Léon Aucoc, Bordeaux, 1996

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